La più realistica e completa ricostruzione virtuale della Piana di Giza è ora disponibile online, permettendo a chiunque abbia un computer di vagare per la necropoli, esplorare pozzi e camere sepolcrali, ed entrare in quattro degli antichi templi del sito, tra cui le piramidi di Cheope e Micerino.

Creata tramite un software della società di Dassault Systèmes, in collaborazione con l’Università di Harvard e il Museum of Fine Arts (MFA) di Boston, l’applicazione è gratuita ed è disponibile per diversi dispositivi, tra cui monitor di computer e televisori abilitati al 3D.

Una delle stanze visitabili tramite il tour virtuale

Una delle stanze visitabili tramite il tour virtuale

In effetti, questo non è semplicemente un altro tour virtuale ‘bello ma noioso’ di questo famoso sito archeologico. “Molti modelli tridimensionali di siti antichi hanno più a che fare con la fantasia e i videogiochi, che con l’archeologia. I colori, le superfici e i rivestimenti non sono realistici e sembrano piuttosto piatti”, ha spiegato Peter Der Manuelian, docente di Egittologia presso l’Università di Harvard e direttore degli archivi di Giza presso il MFA.

Secondo lo studioso, il sistema ‘Giza 3D’ si concentra sulla realtà, e riproduce una delle sette meraviglie del mondo antico basandosi su solidi dati scientifici: ”le nostre ricostruzioni si sforzano di riflettere quanti più dati possibili tra quelli ricavati dagli scavi, eseguendo uno studio meticoloso su colori, iscrizioni, rivestimenti dei muri, edifici e oggetti”.

Il progetto si basa sul lavoro di George Andrew Reisner (1867-1942), un egittologo americano che diresse la spedizione dell’Università di Harvard e del Museum of Fine Arts presso la Piana di Giza più di un secolo fa. Reisner, che fu uno dei primi archeologi ad usare la tecnica fotografica durante gli scavi, è il motivo principale per il quale il MFA vanta una delle più belle collezioni egiziane al di fuori dell’Egitto.

In 40 anni di scavi, Reisner ha portato alla luce migliaia di reperti e opere d’arte, e ha lasciato un catalogo completo delle sue esplorazioni, con circa 45000 negativi fotografici su lastra di vetro, decine di migliaia di pagine di diari, manoscritti e relazioni, innumerevoli mappe, diagrammi e note, e molta corrispondenza. Rimasta praticamente inutilizzata fino agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, questa immensa mole di dati è stata completamente digitalizzata ed è ora accessibile all’interno del progetto ‘Giza 3D’.

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Per la prima volta sono stati scoperti, in Terra Santa, alcuni templi risalenti al tempo dei primi re biblici, che rappresentano la più antica prova della presenza di un culto.

Gli scavi all’interno dell’antica città fortificata di Khirbet Qeiyafa, situata a circa 19 miglia (30 chilometri) a sud-ovest di Gerusalemme, hanno rivelato tre grandi stanze utilizzate come santuari; sono stati inoltre rinvenuti alcuni manufatti, tra cui strumenti, ceramiche e altri oggetti, come altari, associati all’idea di culto.

Lo scavo di uno dei templi ritrovati a Khirbet Qeiyafa

Lo scavo di uno dei templi ritrovati a Khirbet Qeiyafa

I tre santuari facevano parte di complessi edilizi più grandi, e gli artefatti comprendono cinque pietre in posizione verticale, due altari di basalto, due vasi di ceramica per le libagioni, e due scatole a forma di tempio, una in ceramica e l’altra in pietra.

Gli stessi santuari rispecchiano uno stile architettonico tipico del tempo del re Davide (il protagonista della storia biblica di Davide e Golia), e secondo Yosef Garfinkel, archeologo della Università Ebraica di Gerusalemme, forniscono la prima evidenza fisica di un culto risalente a quel periodo. La sua ricerca è presentata nel libro ‘Footsteps of King David in the Valley of Elah’ (Yedioth Ahronoth, 2012).

La datazione al radiocarbonio sui noccioli di olive bruciati trovati nella città di Khirbet Qeiyafa indica che essa esisteva già tra il 1020 e il 980 a.C., prima di subire una violenta distruzione.

Secondo la tradizione biblica, il fatto che gli Israeliti credessero in un solo Dio e che seguissero il divieto di rappresentare immagini umane e animali, li distingueva dai loro vicini. Tuttavia, non è chiaro quando nacquero queste pratiche. Le scoperte offrono un indizio per la tempistica, in quanto non contengono alcuna delle piccole figure umane o animali comuni in altri siti. Inoltre, non ci sono ossa di maiale né qui né altrove in città.

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Un team di archeologi, eseguendo scavi in un sito risalente all’Età del Ferro a Frienstedt, vicino a Erfurt (Germania centrale), hanno scoperto un pettine su cui erano incise alcune rune. Il pettine è lungo 5 pollici (circa 13 cm) e risale al III secolo d.C., datazione che rende queste rune la più antica testimonianza di scrittura germanica mai trovata in Germania Centrale; inoltre, mai erano state scoperte delle rune così a Sud.

Il pettine con l'iscrizione runica

Il pettine con l'iscrizione runica

Ricavato dal corno di un cervo, il pettine fu ritrovato in frantumi dentro a una fossa sacrificale, durante uno scavo eseguito tra il 2000 e il 2003. I pezzi furono quindi conservati per successive analisi. Gli scienziati hanno ripulito i frammenti per poi rimetterli accuratamente insieme e scoprire la scritta runica ‘Kaba’, pronunciato ‘kamba’, equivalente dell’attuale parola tedesca per pettine, ‘Kamm’.

Apparentemente si tratta di una scoperta linguistica importante, perché è un esempio di parola maschile terminante con la lettera ‘a’ risalente al primo periodo della storia della lingua germanica. È quindi una nuova scoperta nell’evoluzione dal proto-germanico (parlato nel I secolo a.C.) alla famiglia linguistica germanica occidentale, da cui nacquero le odierne lingue tedesca, olandese e, in parte, inglese.

Gli archeologi hanno scavato circa la metà del sito di Frienstedt. Il sito fu occupato dal I al V secolo d.C. La datazione al radiocarbonio delle ceramiche rinvenute nella fossa sacrificale insieme ai frammenti di pettine, lo datano proprio nel mezzo del periodo di occupazione del sito: il III secolo d.C.

I resti trovati includono tombe ad inumazione, testimonianza di un centro di culto, e manufatti romani in bronzo a ben 125 miglia (200 chilometri) dal confine. Sembra probabile che gli oggetti di bronzo provenissero dalla parte settentrionale del territorio romano e poi siano stati riciclati dai fabbri germanici. Presso il sito è stata trovata anche una spilla proveniente da Gotland, a testimonianza del fatto che i locali avevano instaurato rapporti commerciali che a nord arrivavano fino alla Scandinavia.

Fonte e immagine: The History Blog

Alcuni geologi tedeschi ritengono che uno tsunami registrato dall’antico storico Erodoto abbia effettivamente protetto un villaggio greco dagli invasori persiani. Gli studiosi affermano infatti di aver trovato, nella Grecia settentrionale, le prove che questo evento salvò il villaggio di Potidea nel 479 a.C.

Erodoto scrisse che enormi onde uccisero centinaia di soldati persiani durante l’assedio del villaggio.

Posizione geografica dell'odierna città di Nea Potidea

Posizione geografica dell'odierna città di Nea Potidea

Gli scienziati della Aachen University avvertono che in quell’area potrebbe verificarsi un altro evento simile: le regioni costiere del nord dovrebbero essere incluse tra quelle a rischio tsunami. Di solito è la costa meridionale della Grecia a essere identificata come zona a rischio.

I geofisici greci affermano che i terremoti rappresentano una minaccia molto maggiore per il paese rispetto agli tsunami.

“Abbiamo scoperto che sulla costa si sono verificati storicamente numerosi tsunami”, ha spiegato il prof. Klaus Reicherter della Aachen University. ”Ciò significa che c’è un certo rischio per le aree costiere”.

Lo studio condotto dalla Aachen ha individuato, sulla penisola settentrionale dove si trovano l’antica Potidea e la moderna città di Nea Potidea, sedimenti che testimoniano imponenti eventi marini, come ad esempio l’abbattersi di grandi onde sulla costa.

Gli scavi eseguiti nella periferia della vicina antica città di Mende hanno permesso di scoprire conchiglie che probabilmente furono sollevate dal fondo dell’oceano e scagliate sulla terraferma durante uno tsunami. Le scoperte sono state presentate alla conferenza annuale della Seismological Society of America a San Diego, in California.

Scrive Erodoto: ”Poi su di loro [i Persiani] piombò una grande marea, alta come nessun’altra prima, come affermano i nativi del luogo, anche se le alte maree sono frequenti. Così quelli di loro che non sapevano nuotare morirono, e quelli che si salvarono dalle onde furono uccisi dagli abitanti di Potidaia”.

Fonte e immagine: BBC News

La prova di un’antica attività di contrabbando è emersa da un relitto romano, il cui carico è stato studiato da alcuni archeologi italiani. Risalente al III secolo d.C., la grande nave affondata fu completamente recuperata sei mesi fa a una profondità di 7 piedi (circa 2 metri) vicino alla costa del Lido di Marausa, località balneare nei pressi di Trapani.

Il carico, ufficialmente costituito da barattoli una volta riempiti con noci, fichi, olive, vino, olio e salsa di pesce, conteneva anche molte insolite piastrelle tubolari, che probabilmente dovevano essere ritenute abbastanza preziose da essere contrabbandate da alcuni marinai dal Nord Africa a Roma, dove si vendevano a prezzi più elevati.

I reperti tubolari trovati nel carico della nave

I reperti tubolari trovati nel carico della nave

“Sono piccoli tubi di terracotta con una estremità appuntita; incastrati l’uno nell’altro, assumevano la forma di un serpente. File di questi cosiddetti tubi fittili venivano utilizzati dai costruttori romani per alleviare il peso delle volte”, ha spiegato Sebastiano Tusa, Sovrintendente del Mare per la Regione Sicilia. Tusa descriverà dettagliatamente la scoperta del relitto in una prossima pubblicazione a cura del Museo del Mare a Cesenatico, durante un incontro nazionale di archeologia subacquea e storia navale.

A seguito di un’analisi dei vasi e del loro contenuto, Tusa e i colleghi hanno concluso che la nave, grande 52 x 16 piedi (circa 16 x 5 metri), affondò circa 1700 anni fa mentre stava navigando dal Nord Africa, probabilmente mentre cercava di entrare nel fiume Birgi.

In Nord Africa i tubi per le volte costavano un quarto di quello che i costruttori li pagavano a Roma. ”La tolleranza riguardo all’attività di contrabbando veniva sfruttata dai marinai per arrotondare i loro magri stipendi. Compravano questi tubicini in Africa dove costavano meno, li nascondevano all’interno della nave, e poi li rivendevano a Roma”, ha detto Tusa. Secondo Sear Frank, professore di studi classici presso l’Università di Melbourne, le volte caratterizzate da file di tubi fittili erano molto comuni nel Nord Africa a partire dal II secolo d.C. circa. ”Le piastrelle erano spesso importate anche in Sicilia e sono state ritrovate in molti luoghi come Siracusa, Catania, Marsala e Mozia. Ci sono alcuni begli esempi nelle terme della villa tardo-romana di Piazza Armerina”, ha affermato Sear, una delle principali autorità riguardo l’architettura romana.

Il carico contrabbandato, così come i vasi e le ciotole in ceramica usate dai marinai, è stato recuperato in condizioni perfette. L’antica nave era completamente ricoperta da uno spesso strato di argilla e da erba di mare – una sorta di rivestimento naturale che ha permesso la conservazione della maggior parte della struttura in legno della nave. “Abbiamo recuperato più di 700 pezzi di legno. Sia il lato sinistro che quello destro dello scafo sono rimasti quasi intatti. Una volta ricostruita, questa sarà la nave romana più completa mai trovata”, ha detto Tusa.

Attualmente in restauro presso un laboratorio specializzato a Salerno, la nave dovrebbe essere esposta in un museo locale entro due anni.

Fonte e immagine: Discovery News

I figli gemelli di Cleopatra ora hanno un volto. Un’egittologa italiana ha scoperto al Museo Egizio del Cairo una scultura di Alessandro Elio e Cleopatra Selene, i figli di Marco Antonio e Cleopatra VII. Trovata nel 1918 nei pressi del tempio di Dendera, sulla riva occidentale del Nilo, la statua in pietra arenaria fu comprata dal Museo Egizio ma è sempre stata trascurata.

Sul retro della statua, alta 33 piedi (circa 10 metri) e catalogata nel museo come JE 46278, vi sono incise alcune stelle, quindi la statua doveva originariamente far parte di un soffitto. Il resto della statua sembra essere piuttosto insolito.

La statua dei gemelli
La statua dei gemelli

“Vi sono raffigurati due bambini nudi, un maschio e una femmina, di dimensioni identiche, che stanno in piedi all’interno delle spire di due serpenti. Ogni figura ha un braccio sopra la spalla dell’altra, mentre l’altra mano afferra un serpente”, ha spiegato Giuseppina Capriotti, egittologa presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche. La ricercatrice ha identificato nei due bambini Alessandro Elio e Cleopatra Selene, i gemelli di Antonio e Cleopatra, seguendo una dettagliata analisi stilistica e iconografica pubblicata dal Centro Polacco di Archeologia del Mediterraneo, presso l’Università di Varsavia.

La Capriotti ha notato che il bambino ha sulla testa un disco solare, mentre la bambina porta una mezzaluna e un disco lunare. I serpenti, forse due cobra, sarebbero anche forme alternative con cui potevano essere rappresentati il Sole e la Luna. Entrambi i dischi sono decorati con lo udjat-eye, detto anche ‘occhio di Horus’, un simbolo comune nell’arte egizia.

“Purtroppo i volti non sono ben conservati, ma possiamo vedere che il ragazzo ha i capelli ricci e una treccia sul lato destro della testa, tipica dei bambini egiziani. I capelli della ragazza sono disposti in modo ‬ simile al cosiddetto melonenfrisur  (acconciatura a melone), un’acconciatura elaborata e spesso associata alla dinastia tolemaica, e a Cleopatra in particolare”, ha affermato la studiosa, che ha anche confrontato la statua con un’altra scultura tolemaica, la statua di Pakhom, governatore di Dendera, ora in mostra presso il Detroit Institute of Arts. ”Da un punto di vista stilistico, le statue hanno diversi elementi in comune. Ad esempio, viso rotondo, mento piccolo e grandi occhi”, ha detto la Capriotti. Dal momento che la statua di Pakhom è stata datata al 50-30 a.C., la conclusione è che la statua dei gemelli fu creata da un artista egiziano al termine del periodo tolemaico, dopo che il triumviro romano Marco Antonio aveva riconosciuto come suoi i due gemelli, nel 37 a.C.

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Il ricercatore Alfonso Manas, dell’Università di Granada, ritiene che una statua di bronzo appartenente alla collezione permanente del Museum für Kunst und Gewerbein di Amburgo sia una raffigurazione estremamente rara di un gladiatore donna, con la spada alzata in segno di vittoria mentre guarda in basso verso un avversario sconfitto, non visibile. La statua rappresenta una donna che indossa solo un perizoma e una benda intorno al ginocchio sinistro. Con la mano sinistra solleva una sica, una lama corta curva utilizzata dal thraex (una tipologia di gladiatore che si rifaceva ai guerrieri della Tracia).

La statua di bronzo che raffigurerebbe una gladiatrice

La statua di bronzo che raffigurerebbe una gladiatrice

I Traci, però, avevano anche un piccolo scudo e indossavano un’armatura – elmo, schinieri, manica (un pezzo che copriva braccio e spalla), o un manicotto – che non sono presenti in questa statua. La mancanza di armatura suggerisce che si tratti di un’atleta piuttosto che di un gladiatore. Lo strumento curvo potrebbe essere una strigile, uno strumento di pulizia utilizzato per togliere l’olio e la sporcizia dal corpo. Gli atleti erano spesso raffigurati nell’atto di usarlo, ma il braccio alzato non si adatta a questa tradizione: solitamente la strigile rimane attaccata al corpo, o almeno vicino ad esso, durante il processo di pulizia; tenerla in alto non ha senso. Sembra molto più il gesto vittorioso di un gladiatore, che un atleta nell’atto di pulirsi.

Inoltre, gli atleti di sesso femminile nel mondo romano non gareggiavano in topless, ma indossavano un bikini o “una tunica che lasciava un seno esposto”, ha sottolineato Manas. ”In ogni caso, le atlete non gareggiavano mai a seno nudo”, o almeno con entrambi i seni nudi. I gladiatori, d’altra parte, solitamente erano schiavi o persone appartenenti alle classi sociali basse; raffigurarne una in topless sarebbe stato più accettabile; la benda che la donna indossa sul ginocchio è inoltre caratteristica dei gladiatori.

In linea generale, “sembra che la statuetta del museo rappresenti una gladiatrice, diventando così la seconda prova visiva in nostro possesso dell’esistenza di gladiatori femminili”, ha scritto Manas in un recente numero della rivista International Journal of the History of Sport.

L’altra prova visiva è un rilievo in marmo scoperto nell’antica città greca di Alicarnasso (l’odierna Bodrum, in Turchia), e che ora si trova al British Museum. Il rilievo raffigura due gladiatrici chiamate Amazon e Achillia, che combatterono valorosamente fino a ottenere un pareggio (stantes missi, ossia ‘fatte uscire in piedi’), un evento raro che richiede un combattimento eccezionale da entrambe le parti. Come nella statua in bronzo, anch’esse sono in topless e indossano un perizoma; indossano, però, la tradizionale armatura dei gladiatori compresi schinieri, una manica e uno scudo.

È possibile che la statua portasse uno scudo al braccio destro, che però è spezzato appena sopra il polso. La mancanza dell’elmo potrebbe essere spiegata dalla postura vittoriosa, dato che i gladiatori lo toglievano in segno di vittoria. Semplicemente, potrebbe essere stata raffigurata priva ​​dell’armatura per presentare una figura più erotica, a scopo decorativo. Il rilievo di Amazon e Achillia ebbe un significato più pratico, dato che probabilmente fu apposto all’entrata di un ludus, la scuola di formazione per i gladiatori.

Se ci fosse qualche implicazione sessuale nella gladiatrice nuda, sarebbe da collegare alla sua bassa condizione sociale. “Nella mente romana, c’erano alcune idee riguardo alla disponibilità sessuale degli schiavi”, spiega Anna McCollough, docente presso la Ohio State University. ”Si presupponeva che gli schiavi fossero disponibili da un punto di vista sessuale in qualsiasi momento e per chiunque, soprattutto i loro padroni. Raffigurare una donna gladiatore, o una schiava, nuda non era un grosso problema. Era indicazione del loro status sociale estremamente basso”.

Fonte e immagine: The History Blog

Un team di archeologi ha portato alla luce il sarcofago intatto della regina egiziana Behenu, un manufatto antico di 4000 anni e fatto di granito rosa, una rarità. Zahi Hawass ha spiegato che il sarcofago è stato trovato dentro la camera sepolcrale della regina, vicino alla sua piramide a Saqqara. La camera, risalente all’Antico Regno, era stata gravemente danneggiata ad eccezione di due pareti interne, ricoperte di incantesimi destinati ad aiutare la regina nel suo viaggio verso l’aldilà.

Gli antichi egizi credevano che le anime dei sovrani potessero volare in cielo, o in alternativa utilizzare rampe e scale con l’aiuto di incantesimi, noti come ‘Testi delle piramidi’, che venivano abitualmente incisi all’interno delle tombe reali durante la V e VI Dinastia. Hawass ha spiegato che ”i Testi delle piramidi furono scoperti per la prima volta a Saqqara all’interno della camera sepolcrale della piramide del re Unis, l’ultimo sovrano della V Dinastia”.

La ben nota necropoli di Saqqara, situata 30 km a sud del Cairo, venne usata dalla vicina città di Menfi, e già nell’antichità fu depredata dai ladri. Generalmente si ritiene che la V Dinastia abbia regnato tra gli anni 2465 e 2323 a.C., mentre la VI tra il periodo 2323-2150 a.C. L’Antico Regno crollò poco dopo tra molti sconvolgimenti sociali.

Philippe Collombert, che ha guidato la missione francese che ha recuperato i resti di Behenu, ha affermato che la squadra ha trovato il suo sarcofago all’interno della tentacolare necropoli di Pepi I a Saqqara: “si tratta di un sarcofago di granito ben conservato e inciso con i diversi titoli della regina, ma non dice nulla riguardo all’identità del marito”.

Gli archeologi sono incerti sul fatto che Behenu fosse la moglie di Pepi I o di Pepi II, entrambi sovrani della VI Dinastia. Un lato del sarcofago reca l’iscrizione geroglifica “l’amata moglie del re”.

La piramide di Behenu, lunga 25 metri, fu scoperta nel 2007 insieme ad altre sei piramidi appartenenti alle regine Inenek, Nubunet, Meretites II, Ankhespepy III, Miha, e un’altra non identificata.

Fonte: The Daily Star Lebanon

Le rovine del sito si trovano sulla cima di una collina di arenaria, e abbracciano la costa settentrionale dell’attuale Stato di Israele, vicino al confine con il Libano. Sono anche presenti strutture più tarde che oggi fanno da sfondo a un parco nazionale e una stazione balneare. Ma sotto alla superficie del terreno e alle onde dell’oceano, rimangono i resti di un’antica città portuale risalente al periodo Calcolitico (4500-3200 a.C.). Dopo decenni, una squadra di archeologi tornerà presso il sito per studiare le vestigia di un insediamento che anticamente ebbe un importante ruolo negli scambi commerciali della zona e delle civiltà che ne controllarono la sua posizione strategia.

Antiche macine trovate a Tel Achziv

Antiche macine trovate a Tel Achziv

Il sito, noto oggi come Tel Achziv, è già stato esplorato in precedenza da parte di Moshe Prausnitz tra il 1963 e il 1964 e, nelle vicinanze, da E. Ben-Dor, M. Prausnitz ed E. Mazar, che scoprirono cimiteri fenici di grandi dimensioni. Anticamente era un porto cananeo fortificato e protetto da un massiccio bastione, e diventò uno dei maggiori porti fenici per il commercio marittimo, collegato ad una strada commerciale costiera. La città fiorì al tempo dei Fenici, durante il IX secolo a.C., fu conquistata dal re assiro Sennacherib alla fine dell’VIII, e continuò ad essere un’importante città portuale durante l’età ellenistica e romana. Essa fu menzionata sia da Giuseppe Flavio, che la citò come luogo in cui fu catturato il fratello di Erode, sia da Plinio (23-79 d.C.), e apparve nella mappa del mondo di Claudio Tolomeo (circa 150 d.C.). In seguito diventò un centro amministrativo durante il periodo delle Crociate.

Ora, un team composto da archeologi, studenti e volontari, guidati dal dott. Gwyn Davies della Florida International University e il dott. Assaf Yasur-Landau dell’Università di Haifa, tornerà nel sito per i primi scavi dei resti non ancora studiati, con la speranza di gettare nuova luce su un’antica città che negli ultimi anni è passata in secondo piano rispetto ad altri siti archeologici della zona. Le prove indicano che si tratta di un sito dall’enorme potenziale archeologico.

“Tra i numerosi obiettivi”, spiegano i responsabili del progetto “c’è lo scavo di una monumentale struttura romana, forse una villa costiera (comprendente i resti di uno stagno per i pesci), lo studio delle varie strutture portuali della città, e l’inizio di una ricerca per capire la dimensione e la composizione dell’enorme bastione risalente all’Età del Bronzo”. Il lavoro comprenderà anche l’esplorazione delle strutture che si trovano nei pressi di quello che sembra essere un canale scavato dall’uomo nella roccia, sulla costa sotto a Tel.

Fonte e immagine: Popular Archaeology

Due coperchi decorati di bare che un tempo contenevano mummie sono stati confiscati dalle autorità israeliane, autenticati e datati a migliaia di anni fa.

Gli ispettori dell’Unità per la prevenzione dei furti di antichità hanno scoperto gli artefatti durante un controllo nei negozi di un mercato nella città vecchia di Gerusalemme. Gli ispettori hanno confiscato gli oggetti, sospettando che provenissero da un furto.

Uno dei due coperchi di sarcofago scoperti tra i negozi di un mercato

Uno dei due coperchi di sarcofago scoperti tra i negozi di un mercato

Gli antichi coperchi in legno sono abbelliti da “decorazioni e dipinti mozzafiato, con antichi geroglifici egiziani”, ha spiegato l’Autorità per le Antichità Israeliane (AAI).

I ricercatori li hanno sottoposti al test della datazione al carbonio – con la quale si studia un campione di materiale per stabilirne l’età tramite la misurazione degli isotopi del carbonio in esso presenti – e altri strumenti, stabilendo che i manufatti sono autentici. Uno dei coperchi è stato datato al periodo compreso tra il X e l’VIII secolo a.C. (Età del Ferro), e l’altro tra il XVI e il XIV secolo a.C. (Tarda Età del Bronzo).

I ricercatori non sono completamente sicuri riguardo al modo in cui i coperchi di legno siano arrivati in Israele. Tuttavia, i coperchi erano stati segati in due parti (causando danni irreparabili), fatto che suggerisce che i contrabbandieri abbiano dovuto nasconderli in una valigia di dimensioni standard. I ladri potrebbero aver saccheggiato le antiche tombe presenti nel deserto occidentale dell’Egitto; quindi, i sarcofagi sarebbero stati trafugati dall’Egitto a Dubai, e poi attraverso un altro paese europeo prima di finire in Israele.

Coperchi di questo tipo, in genere, fanno parte di un sarcofago fatto di legno di palma contenente i resti imbalsamati di una persona – una mummia. In questo caso, i funzionari non sono sicuro di dove siano finiti i sarcofagi e le mummie.

I reperti confiscati gettano luce su quello che potrebbe essere un mercato nero di mummie e altre antichità. Sebbene le cifre esatte non siano note, alcuni hanno suggerito che questo mercato arrivi a muovere miliardi di dollari. In realtà, il contrabbando di mummie risale al medioevo, quando le mummie egiziane erano macinate in una polvere che si riteneva avere proprietà medicinali.

Al fine di prevenire altri casi come questi di contrabbando di antichità, entro il 20 aprile entrerà in vigore in Israele una nuova legge, con la quale si spera di eliminare le scappatoie che hanno finora permesso il traffico internazionale di manufatti egizi rubati.

“Il nuovo regolamento ci fornirà gli strumenti per impedire l’ingresso nel paese di antichità rubate in altre nazioni, consentendoci così di contrastare il sistema internazionale di furto e commercio di reperti archeologici”, ha affermato Shai Bar -Tura, ispettore incaricato di sovrintendere al commercio di antichità, per conto dell’Unità per la prevenzione dei furti di antichità della AAI.

Questi manufatti sequestrati di recente sono attualmente mantenuti in condizioni climatiche controllate, all’interno dei laboratori della AAI a Gerusalemme.

Fonte e immagine: Scientific American

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